Debito pubblico italiano

domenica 30 ottobre 2016

Legge elettorale “Italicum” e riforma Boschi … un mix improponibile …

Scrivo questo post per rispondere in modo un po’ più approfondito e meno frettoloso ad amici e conoscenti, reali e virtuali, che mi chiedono una opinione personale in merito all’ “Italicum” e alla riforma oggetto del prossimo referendum e ai quali, prima di rispondere, raccomando, come ho sempre fatto, lasciata da parte ogni simpatia e/o antipatia politica, di soffermarsi esclusivamente al merito della questione.

La materia costituzionale non è delle più semplici, da operatore del diritto me ne rendo perfettamente conto, ma la Costituzione, fonte inesauribile di diritti fondamentali e di doveri per ognuno di noi senza distinzioni, merita qualche ora del nostro tempo libero spesa per l'approfondimento prima di dire, tra poco più di un mese, SI o NO.

In verità non ho mai avuto in simpatia questa riforma e fin da quando era in gestazione, un paio di anni fa, ho intravisto il rischio di una maggioranza/minoranza “pigliatutto” (post del 10 luglio 2014 e del 22 aprile 2016); inoltre, il metodo, a suo tempo, adottato dal Governo per farla approdare alla conclusione del doppio iter parlamentare ha destato in me, e non solo, forti perplessità e riserve.

Ritengo, infatti, che se i Costituenti del 48 propesero per una Costituzione rigida anziché flessibile, attribuendogli forza di legge costituzionale anziché ordinaria, vollero, inequivocabilmente, scongiurare il “pericolo” che in sede di eventuale revisione, la Costituzione rimanesse nella disponibilità del Governo come, di fatto, è purtroppo avvenuto con la riforma ora sottoposta al giudizio dei cittadini.

Qualcuno obietterà che, comunque, le modifiche apportate ai 47 articoli sono avvenute nel rispetto dell'art. 138: Vero, però nel 1948 la particolare procedura prevista da quest'ultimo articolo per la revisione costituzionale dava come fatto acquisito che il Parlamento fosse eletto con un sistema elettorale proporzionale senza correzioni e sbarramenti di alcun genere.

Invece, da quando, di recente nel 2005 è stata approvata la legge n. 270, felicemente ribattezzata “Porcellum” dal prof. Sartori, che ha introdotto l’attuale sistema elettorale proporzionale corretto con clausole di sbarramento e premio di maggioranza, la procedura aggravata di cui al menzionato articolo 138, con la sua solida ratio, è stata di fatto aggirata (e ciò è avvenuto molto prima dell’avvento di Matteo Renzi, per l’appunto, con Berlusconi che pur di far approvare la legge Calderoli/Porcellum minacciò, nell’ottobre 2005, la crisi di governo).

Per restare in tema, giova ricordare che fu proprio per analoghe ragioni che contro la legge elettorale Scelba (ribattezzata “legge truffa”)  -la quale introdusse nel lontano 1953 il premio di maggioranza-  si scatenò una rivolta parlamentare che ne determinò l'abrogazione.

Nel 2014, poi, come è noto, la Corte Costituzionale con la sentenza n. 1 aveva dichiarato costituzionalmente illegittime proprio le norme del Porcellum attraverso cui erano stati eletti i membri dell'attuale legislatura, raccomandando a questo Parlamento “non legittimo”, tenuto conto del principio di continuità dello Stato e nelle more dell’approvazione di una nuova legge elettorale, questa volta legittima, di compiere solo gli atti necessitati ed urgenti.

Una tale raccomandazione, provenendo dal massimo Giudice della legittimità costituzionale avrebbe dovuto rappresentare un parametro imprescindibile: Al contrario, il Governo, quasi come se nulla fosse, con una maggioranza ”assemblata” di volta in volta, prendeva l’iniziativa di modificare ben 47 articoli della Costituzione compromettendone l’impianto originario (fra l’altro, come esortava Calamandrei, l'iniziativa sulla revisione costituzionale dovrebbe spettare esclusivamente al Parlamento e mai al Governo).

Ora, amici miei, che una riforma della Costituzione scritta nel lontanissimo 1948 sia necessaria   -al fine di garantire la stabilità dei Governi per cinque anni (al riparo da crisi e scioglimenti anticipati) nonché al fine di assicurare una maggiore speditezza all’iter legislativo e decisionale oltre che per porre rimedio alle odiose degenerazioni del Parlamentarismo-   lo sanno pure i sanpietrini su cui ogni giorno camminiamo.

Tuttavia, pretendere (dico pretendere poiché leggendo la riforma nutro, e sono in buona compagnia, forti dubbi che detta pretesa possa tramutarsi in realtà) di fare tutto questo attraverso la nuova legge elettorale c.d. “Italicum” abbinata ad una riforma costituzionale disarticolata e scritta male (si veda la formulazione del nuovo art. 70) la quale mortifica in modo spregiudicato e rischioso il principio di rappresentatività del Parlamento consentendo ad una maggioranza elettorale (che, ovviamente, nel Paese reale corrisponde ad una minoranza al massimo del 20/25% tenuto conto del diffuso astensionismo, fenomeno, fra l’altro, che il mix proposto non può che incentivare) di disporre a proprio piacimento dell'intero sistema costituzionale, è francamente improponibile.

Sono arrivato al punto di pensare che se i Padri costituenti avessero, a suo tempo,  con una sfera di cristallo intravisto l’infelice epilogo delle loro fatiche, probabilmente avrebbero cristallizzato il sistema elettorale proporzionale puro nella costituzione da loro scritta.

Non tutti, infatti, sanno che l'Italia è fra i pochi Paesi che considerano la legge elettorale come semplice legge ordinaria che, dunque, può essere modificata alla stregua di qualsiasi legge.
E in ciò, probabilmente, risiede il rischio occulto, in quanto può consentire ad una semplice maggioranza parlamentare di approvare una legge corretta con clausola di sbarramento e/o premio di maggioranza e servirsene come “grimaldello” per scardinare gli equilibri originari alterando, di fatto, tramite assemblee legislative non pienamente rappresentative del corpo elettorale, i quorum fissati nel 1948 dal Costituente.

La legge elettorale, infatti, non è  qualcosa a se stante rispetto al sistema costituzionale: La scelta del sistema elettorale, proporzionale o maggioritario con premio di maggioranza o meno, incide inevitabilmente  sulla conformazione del sistema politico e si intreccia con aspetti essenziali del sistema costituzionale; basti pensare proprio ai menzionati quorum stabiliti dal citato art. 138 per la stessa revisione costituzionale, dall'art. 83 per le elezione del Presidente della Repubblica e indirettamente dall’art. 135 per la nomina dei Giudici costituzionali.

Nel 1948 si riteneva, a ragione, il sistema elettorale proporzionale come il più idoneo a rappresentare le minoranze e funzionale al disegno di dotare l'ordinamento di un complesso sistema di pesi e contrappesi.

A onor del vero in sede di Assemblea costituente e di sottocommissioni si pose il problema di cristallizzare nella Carta costituzionale la legge elettorale, costituzionalizzandola proprio secondo il principio della rappresentanza proporzionale.
In tal senso, si distinse Costantino Mortati che si dichiarò apertamente favorevole a costituzionalizzare tale principio poiché ritenuto l'unico in grado di “arginare lo strapotere della maggioranza”.

Alla fine il Costituente, malgrado fosse stato votato un ampio ordine del giorno in tal senso, ritenne di non pronunciarsi esplicitamente sul punto affidando al legislatore ordinario la scelta della modalità di elezione dei parlamentari; si preferì, pertanto, non irrigidire il sistema elettorale in modo da poterlo superare qualora le condizioni politiche fossero mutate. 

Ma attenzione, benché la proposta di costituzionalizzare il principio della rappresentanza proporzionale non venne accolto dai Padri costituenti è sbagliato pensare che il silenzio della Carta debba essere interpretato come una delega in bianco al legislatore ordinario.

Infatti, è fuor di dubbio che quest’ultimo non gode (e le richiamate censure della Corte Costituzionale vanno in tal senso) di piena discrezionalità al punto da poter introdurre qualsiasi tipo di legge elettorale.

L'impianto istituzionale fu, all’evidenza, costruito e pensato per un ordinamento basato su un metodo di trasformazione speculare  dei voti in seggi parlamentari. 

E non è revocabile in dubbio che il testo costituzionale prende posizione sul sistema elettorale, quanto meno implicitamente:
L'art. 1 della Costituzione evoca, infatti, il principio della sovranità popolare, principio indissolubile strettamente correlato con le forme di esercizio ed i limiti individuati nella Carta stessa;

l'art. 3 dice che la Repubblica deve operare al fine di consentire l'effettiva partecipazione di tutti i cittadini all'organizzazione politica del Paese e ciò, se è consentito, si ottiene maggiormente con un sistema elettorale proporzionale puro (la riprova di ciò risiede nel dato fattuale e statistico che quando si votava con il proporzionale puro c'era molto meno astensionismo); 

ma su tutti l'art. 48 che detta le condizioni in tema di esercizio del voto stabilendo che esso deve essere personale, libero, segreto ed “eguale”: La nozione di eguaglianza del voto presente nel menzionato articolo non va intesa solo come condizione di partenza, ma anche come condizione di arrivo, per cui ciascun voto deve essere egualmente rappresentato.

Ne consegue, che quando l'art. 48 ci dice, con carattere di precetto, che il voto è “eguale” vi ricomprende la nozione di proporzionalità del sistema elettorale.

In conclusione, alla luce di quanto sopra, il sistema elettorale dovrebbe essere pensato in modo da attuare e non vanificare il principio della rappresentatività del Parlamento.

Del resto vi sono svariati modi per contemperare le richiamate e tanto sbandierate esigenze di governabilità e stabilità dell'Esecutivo con quelle di piena rappresentatività delle Assemblee legislative.

Di seguito, senza voler togliere il mestiere a nessuno, in via del tutto esemplificativa, ne cito una che a me piace, ma ovviamente ve ne sono altre provenienti da autorevoli studiosi della materia costituzionale:
Per assicurare la governabilità e stabilità durante tutto l’arco temporale dei cinque anni nonché una maggiore speditezza dell’iter legislativo e decisionale e al tempo stesso garantire il richiamato principio di rappresentatività del Parlamento si sarebbe potuta operare una differenziazione delle due Camere superando, in tal modo, il bicameralismo paritario.

Da una parte, una Camera (400 deputati) eletta mediante una legge elettorale con robusto premio di maggioranza a cui attribuire la potestà esclusiva sulle leggi ordinarie e, in via esclusiva, il voto di fiducia al Governo.

Dall’altra, un Senato (200 senatori) autorevole e forte (anziché svilito e depotenziato come quello che esce della riforma Boschi) eletto in tempi diversi rispetto alla Camera dei deputati e mediante un sistema elettorale proporzionale puro senza sbarramento e/o premio di maggioranza (in modo da dare speculare rappresentanza e “diritto di tribuna” a tutte le espressioni politiche del Paese) cui lasciare la potestà esclusiva, con i quorum qualificati previsti in costituzione, sulle leggi di rango costituzionale nonché il parere, obbligatorio ma non vincolante, su tutte le leggi ordinarie votate dall’altro ramo del Parlamento oltre al controllo preventivo di legittimità costituzionale (con possibilità di ricorso diretto alla Corte Costituzionale) sulle leggi ordinarie e regionali.

A maggior ragione un tale Senato eletto col proporzionale puro e, dunque, pienamente rappresentativo di tutto il corpo elettorale potrebbe eleggere, con gli attuali quorum vigenti, il Presidente della Repubblica, nominare i Giudici della Corte Costituzionali di spettanza parlamentare nonché eleggere i membri delle Authority e i membri del consiglio di amministrazione della RAI.

Così facendo, tutti gli organi di garanzia e di controllo democratico verrebbero ad essere espressione non solo della maggioranza bensì di tutto il Parlamento e ciò rappresenterebbe, credo, una solida garanzia per tutti i cittadini italiani.

Ritengo fondamentale e irrinunciabile, alla luce della Costituzione del 48, che almeno una delle due Camere, e a maggior ragione quella deputata ad eleggere e nominare gli organi di garanzia, sia lo specchio fedele di tutto il popolo italiano; non dimentichiamoci che la sovranità appartiene a tutto il popolo e non solo alla parte di esso che si riconosce nel partito e/o coalizione che esprime il governo di turno. 

Del resto mi sono sempre posto queste domande e ve le pongo a voi se avete avuto, fin qui, la pazienza di leggermi: Vi sentireste più garantiti e rappresentati da un Presidente della Repubblica eletto dal solo partito (o coalizione) che sostiene il Governo o, al contrario, da uno espressione di tutto il popolo italiano in quanto eletto anche grazie al contributo determinante dei partiti di opposizione?

E vi sentireste più garantiti e tutelati da Giudici costituzionali nominati dalla sola maggioranza di governo o da Giudici espressione di tutto il Parlamento?

E, ancora, secondo voi l’informazione RAI è più obbiettiva, libera e indipendente  se i direttori dei telegiornali vengono scelti da un consiglio di amministrazione nominato dal capo del Governo o da uno nominato da tutto il Parlamento opposizioni comprese?

Stesso discorso vale per le amministrazioni indipendenti (c.d. Authority) definite e disciplinate nel corso degli anni da singole leggi istitutive ed il cui ruolo importantissimo e delicato è spesso misconosciuto alla opinione pubblica.

Dette Authority hanno circa 2300 dipendenti e costano 600 milioni di euro all’anno; ne rammento alcune al fine di una più facile comprensione:
Autorità garante della concorrenza e del mercato – ANTITRUST: Organo collegiale costituito da tre componenti nominati dai Presidente della Camera e del Senato, vigila sul rispetto delle regole sulla concorrenza fra imprese contro gli abusi di posizione dominante  e concentrazioni a danno della concorrenza, ma si occupa anche della tutela dei consumatori contro clausole contrattuali vessatorie;

Autorità per le garanzie nelle comunicazioni – AGCOM: Composta da quattro commissari eletti per metà dalla Camera e per metà dal Senato, il presidente invece è nominato con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri d'intesa con il Ministro delle comunicazioni; l’AGCOM assicura la corretta competizione fra gli operatori e si occupa della risoluzione delle controversie e di tutela amministrativa contro le clausole vessatorie inserite nei contratti con i consumatori;

Autorità garante per la protezione dei dati personali – Privacy: Organo collegiale, composto da quattro membri eletti dal Parlamento, si occupa, sia nel pubblico che nel privato, di assicurare il corretto trattamento dei dati e il rispetto dei diritti delle persone legati all'utilizzo delle informazioni personali;

Commissione nazionale per la società e la Borsa – CONSOB: Organo collegiale composto da un presidente e da due membri, nominati con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio; si occupa della tutela degli investitori di trasparenza del mercato azionario e svolge, insieme alla banca d'Italia, anche attività di vigilanza sulle banche; tanto per restare all’attualità, al fine di comprenderne l’importanza, basta richiamare, fra tanti, i recenti casi del Montepaschi di Siena, di Banca Etruria e della Banca popolare di Vicenza.

Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni private – IVASS: Si occupa di vigilanza sulle assicurazioni private della tutela degli assicurati nei confronti delle imprese di assicurazione;
Come potete intuire le funzioni e i compiti svolti dalle Authority (i cui membri sono soggetti, al pari dei giudici, solo alla legge) spesso contrappongono semplici cittadini e consumatori a potenti multinazionali, banche e istituti assicurativi.

Dunque vi chiedo, nella veste di cittadini e consumatori, vi sentireste più garantiti e tutelati se i membri delle Authority fossero eletti e/o nominati dal solo partito (o coalizione) che sostiene il Governo o anche con il contributo determinante delle opposizioni Parlamentari che per naturale vocazione sono deputate al controllo?

Beh, credo che anche dalla risposta che ognuno di voi da a questi semplici quesiti risiede il vostro orientamento in merito al si o al no alla riforma Boschi.

Personalmente, sulla scorta della mia formazione e della mia esperienza ritengo, anzi sono convinto, che in un sistema costituzionale moderno ed efficiente a fronte di un Governo forte, stabile e in grado di governare e decidere per tutto il corso del mandato ricevuto debbano corrispondere Contrappesi altrettanto autorevoli e forti senza alcuna confusione fra controllati e controllori e commistione fra i rispettivi ruoli. 

Buona riflessione. 



venerdì 24 giugno 2016

BREXIT: fine dell'UE o inizio di un sano ripensamento?

Il triste esito del referendum sulla BREXIT mi ha confermato una sensazione che da anni avverto a pelle: L'Unione Europea nata da nobilissimi principi ispiratori, anziché come garante dell'affermazione dei diritti e baluardo per le libertà fondamentali richiamati dai suoi trattati istitutivi, viene percepita dalla gente come un apparato distante ed astruso (del resto l’organizzazione amministrativa dell’Unione non è mai stata molto felice) capace solo di elargire laute indennità e privilegi al solito esercito di politici e burocrati e completamente scollegato e distante dalla vita reale dei cittadini oltre che incapace di fronteggiare e/o risolvere qualsiasi tipologia di problema, dalla difesa comune al dramma dei migranti.

All'inizio, tuttavia, non è stato così almeno qui da noi: Ricordo che 20 anni fa vi era un grande entusiasmo collettivo anche a tratti infantile (rammento come in qualsiasi tipo di manifestazione universitaria, politica, culturale, sportiva campeggiasse orgogliosamente la bandiera blu con le stelle dell'Unione e l'uso dell'aggettivo europeo non veniva mai lesinato) che ha man mano ceduto il passo, soprattutto dopo l'unione monetaria, ad un atteggiamento di delusione verso una Istituzione vista sempre di più (non sempre a ragione) come una fonte di  regole, precetti e cavilli tesi ad appesantire ulteriormente una quotidianità già complicata dalla burocrazia nazionale. 

Forse bisognava attuare dapprima una credibile Unione politica (anche mediante una più consistente cessione di quote di sovranità da parte degli Stati nazionali a quei tempi possibilissima) e successivamente l’unione monetaria predisponendo accanto ai freddi vincoli (pur necessari) di natura finanziaria (rapporto debito/Pil 60% - rapporto deficit/Pil 3% - inflazione non oltre il 2%) percettibili parametri di natura sociale (livello dei servizi sanitari e del welfare, livello di trasparenza nelle p.a., condizione carceraria, libertà civili ed economiche etc.) in modo da rendere più coese e solidali popolazioni, così differenti per storia, cultura e formazione, in nome di un comune ideale di libertà, giustizia sociale, pace e all'insegna dell'affermazione palpabile dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali di cui al trattato di Maastricht del 1992.

Confesso che ieri mattina ho avuto un pessimo risveglio(anche perché mi ero addormentato con gli opinion poll che davano il “Remain” vincente); per ogni liberale la Gran Bretagna rappresenta un modello da emulare e la sua uscita dalla UE suona come una disfatta; Londra, di fatto, non è distante dall'Italia essendo la tredicesima città italiana con circa 250 mila connazionali. 

Se non vi sarà un serio ripensamento il fallimento della UE comporterà la rinascita dei localismi e dei particolarismi nazionali (e in Italia sappiamo di che erba si tratta).

Se, sciaguratamente, ciò dovesse accadere, l'affossamento di un ideale così grandioso e nobile sarà da imputare a pari merito ai vari populismi nonché ai miopi ed avidi euro-burocrati.

domenica 19 giugno 2016

Preghiera liberale

… non voglio un padrone, ma un Primo Ministro autenticamente democratico e liberale ...
… non voglio Vassalli, Valvassori e Valvassini ...
… non voglio cricche e consorterie varie ...
… vorrei una Costituzione le cui regole fossero scritte e condivise da tutti, maggioranza e opposizione ...
… vorrei un Governo autorevole che durasse 5 anni e, al tempo stesso, una opposizione altrettanto autorevole, efficace e vigile ...
… vorrei una legge seria sul conflitto di interessi ...
… vorrei una legge seria sull'assegnazione obiettiva, meritocratica e trasparente degli appalti e incarichi pubblici al di fuori di ogni logica familistica, clientelare e di appartenenza ...
… vorrei una RAI indipendente e pluralista non succube della maggioranza di Governo ...
… vorrei giuristi preparati e indipendenti che si contrapponessero al potere e non “giuristivendoli” ...
… vorrei giornalisti indipendenti alla Montanelli e non "pennivendoli" …
… vorrei medici e non mercenari ...
… vorrei più libertà economiche ...
… vorrei cittadini liberi e indipendenti e non sudditi questuanti e servili …


venerdì 22 aprile 2016

Contro una maggioranza (minoranza nel Paese) “pigliatutto”: Le ragioni di un NO al referendum costituzionale


E’ da diversi decenni che la necessità di riformare la Costituzione repubblicana del ‘48, al fine di assicurare una maggiore governabilità e stabilità degli Esecutivi, ha fatto ingresso nel dibattito politico allo scopo di  porre rimedio alle continue crisi e cadute di Governo oltre al ripetuto ed estenuante ricorso ad elezioni anticipate.

Il varo della riforma, sottoposta al referendum costituzionale fissato per il prossimo ottobre, grazie al superamento del bicameralismo perfetto e al meccanismo della legge elettorale con premio di maggioranza e sbarramento, assicura, in effetti, una maggiore governabilità, tuttavia, lo fa nel peggiore dei modi poiché a tale condivisibile obiettivo sacrifica, pericolosamente, la fondamentale esigenza di rappresentatività di tutto il corpo elettorale (o, quantomeno, di gran parte di esso) nelle Istituzioni, negli Organi di garanzia e di controllo democratico.

Alla luce della riforma approvata   -con un Senato depotenziato di “nominati” (95 dei 100 previsti vengono eletti dalle Regioni) e con una Camera dei deputati (presumibile espressione di una minoranza del 25% del corpo elettorale) che praticamente farà quasi tutto (dalla votazione della fiducia al Governo al varo delle leggi)-   il Presidente della Repubblica, il Presidenti della Camere, i Giudici costituzionali di nomina parlamentare, i membri del Consiglio Superiore della Magistratura di nomina parlamentare, i membri delle Autorità indipendenti, i consiglieri di Amministrazione della RAI saranno espressione della sola maggioranza di Governo e le opposizioni, pertanto, verranno tagliate fuori e, di fatto, rese inerti.

Autorevoli giuristi, a proposito, (Cfr. Zagrebelsky, Rodotà, Pace, Ferrara, Gallo, Villone, Besostri, Azzariti, Grandi, Carlassare, Ainis etc.) hanno opportunamente paventato il rischio concreto di un “governo padrone del sistema costituzionale”, di una “dittatura della maggioranza”, di un “governo degli oligarchi”, di “strapotere del partito unico”.

Dunque, il partito o coalizione uscito vincitore dalla tornata elettorale (quasi certamente, vi invito seriamente a riflettere, una minoranza nel Paese reale) si troverà, di fatto, nella condizione di poter nominare oltre all’Esecutivo anche tutti gli Organi preposti al controllo e alla vigilanza sull’operato del Governo stesso con una inaccettabile nonché pericolosa confusione e commistione di controllati e controllori e con conseguenze nefaste che ben potete immaginare.

Ribadisco, se da una parte è sacrosanto che chi vince le elezioni nomini indisturbato Ministri, Sottosegretari e Organi periferici di governo e approvi speditamente le leggi ordinarie potendo in tal modo governare agevolmente secondo il mandato ricevuto dal corpo elettorale, dall’altra parte, è fondamentale che le Istituzioni rappresentino non solo chi ha vinto le elezioni, ma anche le opposizioni.

Ciò risponde al disegno dei Costituenti  che, fra l’altro, avevano in mente l’elezione di entrambe i rami del Parlamento esclusivamente con sistema proporzionale (un legge elettorale con premio di maggioranza era impensabile a quei tempi, basti ricordare il dibattito e l’epilogo della legge Scelba “c.d. legge truffa” del 1953 che tentò di introdurre il premio di maggioranza).

A maggior ragione, pertanto, la preoccupazione dei Padri costituenti è, oggi, ancora più attuale visto che il sistema proporzionale è stato superato da tempo da quello maggioritario e, per di più, sono previsti ampi premi di maggioranza, per l’appunto, inconcepibili ai tempi dell’Assemblea costituente.

Se non si tiene  conto di ciò si scardina quel sistema di pesi e contrappesi, presente in tutte le democrazie avanzate, con una inaccettabile deriva “peronista”.

Del resto le esigenze di governabilità e stabilità dei Governi possono essere degnamente contemperate con quelle di rappresentatività.

Personalmente (vi sono ovviamente ipotesi di studio più autorevoli), avrei visto bene un Senato (delle Regioni e delle Garanzie) di 200 membri di cui 5 nominati dal Presidente della Repubblica e 195 eletti esclusivamente e rigorosamente con sistema proporzionale su base regionale (in modo da dare adeguata rappresentanza e “diritto di tribuna” a tutte le espressioni politiche del Paese).

Un Senato composto in tal modo, proprio perché eletto con un sistema rigorosamente proporzionale, avrebbe ben potuto esercitare potestà legislativa esclusiva sulle leggi di rango costituzionale, approvate comunque a maggioranza qualificata (la potestà esclusiva sulle leggi ordinarie, invece, sarebbe potuta così spettare alla Camera dei deputati, eletta col sistema proporzionale corretto dal premio  di  maggioranza e sbarramento, proprio per venire incontro a detta esigenza di governabilità).

Sempre un tale Senato, così eletto, avrebbe, sempre ragionando per ipotesi, potuto esprimere parere obbligatorio ma non vincolante su tutte le leggi ordinarie approvande dalla Camera ed esercitare, altresì, un autorevole controllo preventivo di legittimità costituzionale sulle medesime.

Un Senato, rappresentativo  di tutto il corpo elettorale, avrebbe, inoltre, potuto eleggere (sempre con ampi quorum) il Presidente della Repubblica, i  Giudici della Corte Costituzionale, i membri del Consiglio Superiore della Magistratura di nomina parlamentare, i membri onorari della Magistratura (art. 106, comma 2, Cost.), i membri delle Autorità indipendenti (Consob, Garante Privacy, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Ivass etc.), i consiglieri di Amministrazione della RAI, il Governatore della Banca d’Italia.

In tal modo tutti gli Organi Istituzionali, di garanzia e di controllo sarebbero stati espressione di tutto il Paese, maggioranza e opposizione.

Ritengo che solo in tal modo, o con meccanismi similari, l’improcrastinabile domanda di governabilità può conciliarsi col disegno pensato e voluto dai saggi Costituenti che concepirono una ampia rappresentatività del Paese reale nelle Istituzioni affinché tutti i cittadini, di ogni fede politica, si sentissero degnamente rappresentati e garantiti.
La Costituzione Repubblicana è sacra e irripetibile, poiché è il frutto oltre che della mente di eccelsi giuristi, anche, e soprattutto, di sofferenze e privazioni della libertà personale oggi, fortunatamente, impensabili, e ciò sia per tutti serio motivo di riflessione, sempre.

domenica 20 marzo 2016

RIVOLUZIONE LIBERALE O M...


Sebbene l’Italia non può vantare una tradizione liberale solida e di massa gli italiani, inconsciamente, dimostrano nei fatti di prediligere i sistemi liberali tutte le volte che, profondamente sfiduciati e nauseati, spingono i propri figli ad inseguire occasioni di lavoro e studio a Londra (tredicesima città italiana, vi sono circa 250 mila italiani) ove questi ultimi trovano meritocrazia e opportunità da noi sconosciute.

Ho una “quasi” certezza: O si fa una rivoluzione liberale radicale o si chiude per desertificazione economica (complice, ovviamente, a suo tempo, la sciagurata globalizzazione selvaggia dell'economia che ha annichilito  interi distretti industriali e un debito pubblico debordante fuori controllo).

Storicamente va dato atto a Marco Pannella, Emma Bonino e ai radicali di aver accumulato nel corso dei decenni  il “know how” (purtroppo, non i voti necessari) per porre in essere una salutare rivoluzione liberale e non solo in tema di libertà civili, ma soprattutto di libertà economiche.

Nel 1994 Silvio Berlusconi, che tanto aveva blaterato e incantato gli elettori sul punto, non ebbe l’ardire e la lungimiranza di cogliere l’apertura di credito di Pannella.

Nel 2011 la speranza venne riposta in Mario Monti, bocconiano già  Commissario europeo per la concorrenza, il quale, sapientemente, di riforme liberali scriveva negli articoli di fondo del Corriere della Sera, ma una volta autorevolmente nella stanza dei bottoni, non sapeva, o più probabilmente non aveva il coraggio e la fermezza di tradurre le proprie convinzioni in azioni concrete di governo.

Nel 2013 va reso merito al movimento Fare per fermare il declino; tuttavia, lo scarno risultato elettorale, favorito anche da qualche stravaganza, arenavano un progetto serio e tutt'ora valido.

Urge una radicale opera di liberalizzazione a 360 gradi (interventi in tal senso tiepidi e limitati solo ad alcuni settori sono inutili, fuorvianti se non controproducenti) dei servizi, delle professioni (già Einaudi auspicava l’eliminazione della obbligatorietà della iscrizione agli ordini ai fini dell’esercizio professionale), dei mestieri, delle licenze e del commercio e, sostanzialmente, lo smantellamento di qualsiasi forma di coorporativismo.

L’economia italiana può ripartire solo con un massivo  rilancio del lavoro autonomo.

Per far ciò occorre che il sistema nelle sue varie sfaccettature venga rimodulato a sostegno ed incentivo delle partite IVA (soprattutto quelle piccole): dagli ammortizzatori sociali al welfare, dalla previdenza (in senso contrario, irragionevolmente, circostanza ancora più grave vista la pesante crisi economica sotto gli occhi di tutti, assistiamo all’assurda aberrazione che per rimettere in ordine i conti dell’Inps e delle casse professionali  si obbligano centinaia di migliaia di professionisti, giovani e non, a versare esosi contributi minimi annuali indipendentemente dall’effettivo reddito prodotto) al sistema bancario e creditizio (dai fidi bancari ai mutui per l’acquisto della casa) al fisco.

Su quest’ultimo punto sarebbe auspicabile puntare su di un rapporto collaborativo e leale fra fisco e partite IVA attraverso il potenziamento dei regimi fiscali agevolati e semplificati: Si potrebbe pensare all’introduzione (sarebbe un efficacissimo pungolo all’apertura di piccole posizioni di lavoro autonomo) di innovativi meccanismi di definizione e assolvimento anticipato dell’obbligazione tributaria (tax ruling) almeno, inizialmente, per le partite IVA con un giro di affari non superiore ai 30 mila Euro.

Altrimenti, ragionevolmente e senza  intenti polemici nei confronti di chicchessia, mi domando quale futuro può avere un Paese dove ancora nel settembre dello scorso anno a Padova (e dico Padova) per un posto da infermiere a tempo indeterminato presso la locale Azienda ospedaliera si sono presentati  in 5045, mentre i giovani 20/30 enni e le loro famiglie messi di fronte alla prospettiva (che negli anni 60/70 era fortemente allettante) di aprire una posizione IVA e rischiare in proprio quasi scappano come se avessero di fronte Ebola. 

Andrebbe liberalizzato anche il sistema scolastico ed universitario obsoleto e con i suoi eterni e spesso inutili percorsi formativi che rimandano sine die l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro speculando, non di rado, sulle aspettative mortificate (personalmente sono per l’abolizione del valore legale dei titoli di studio tout court) di trovare dignitose opportunità di lavoro.

In materia di creazione di nuovi posti di lavoro sarebbe un toccasana, sulla scorta del modello londinese, la massima flessibilità contrattuale in entrata e in uscita (ovviamente dietro il rigoroso rispetto della retribuzione oraria minima), ma per fare una cosa del genere occorrerebbe necessariamente mettere sull’altro piatto della bilancia tre cose: un reddito minimo di cittadinanza per i senza lavoro in attesa di essere formati e ricollocati; la piena gratuità ed accessibilità ad un servizio sanitario nazionale efficiente e all'avanguardia; prestazioni di assistenza e previdenza minima garantita a tutti.

Andrebbero seriamente ripensati e riqualificati in senso manageriale i Centri per l’impiego che dovrebbero assicurare, in modo capillare, l'effettivo incontro fra domanda e offerta di lavoro e a svolgere una funzione di “coaching” per i disoccupati da reinserire nel mondo del lavoro e, all’evenienza, da formare nuovamente.

Infine, una misura inclusiva, ossia, la eliminazione di ogni forma di discriminazione (dal punto di vista legislativo, contributivo, previdenziale e anche culturale) a danno dei lavoratori “over” (l’attuale rigidità, fra l'altro, non è in linea con l'evoluzione demografica caratterizzata dall'allungarsi della vita media, inclusa la vita produttiva).

Segnalo sul punto che nel Regno Unito (Inghilterra, Galles e Scozia) già dal 1 ottobre 2006 è in vigore una normativa (Employment Equality “Age” Regulations) che vieta qualsiasi forma di discriminazione basata puramente e semplicemente sull'età anagrafica dei lavoratori e ciò, intelligentemente, fa si che a Londra un over 50 possa tranquillamente spendersi sul mercato del lavoro.

Ovviamente, una seria legge sui conflitti di interesse e una sulla trasparenza nell'assegnazione degli appalti e incarichi pubblici e, soprattutto, il circolo virtuoso dell'economia  dovrebbero fare il resto.

O rivoluzione liberale o si chiude ... ogni altra via o ricetta   -malgrado le varie esperienze di governo che si sono succedute dal 1994 in poi a suon di rassicuranti, ma davvero poco dignitosi, strombazzamenti da parte di giornali e televisioni compiacenti-   è inutilmente dilatoria  ... ne prendano atto i sindacati, chi sta al Governo e chi si accinge a governare nel futuro prossimo venturo.

Se tale percorso non verrà intrapreso da un leader politico (who's who), temo che saranno tragiche cause di forza maggiore ad imporlo.. intanto continuiamo a buttare alle ortiche anni preziosi accumulando “gap” enormi in tutti i campi nei confronti dei sistemi più avanzati e moderni con cui un Paese come il nostro dovrebbe degnamente competere.

mercoledì 17 febbraio 2016

Perché in Italia manca un significativo movimento liberale?

Sovente mi chiedo perché in Italia manca un movimento “autenticamente” liberale con uno zoccolo elettorale significativo intorno al 10 - 15% e provo a darmi delle risposte da solo.
Premetto che mi autodefinisco liberale di formazione socialista e credo fermamente nella funzione pubblica e imprescindibile dello Stato in tema di garanzia dei diritti fondamentali dell’individuo, dall’istruzione pubblica, ad un Servizio Sanitario Nazionale all’avanguardia, gratuito e accessibile a tutti, alla assistenza e previdenza (non ai privilegi) pubblica.
Tale premessa in quanto spesso, parlando con la gente, riscontro che molti (lo pensavo anche io una ventina di anni fa) ritengono che i c.d. “liberali” (e molto spesso alcuni idioti che si professano tali danno ad intendere ciò) mirino sostanzialmente a tutelare esclusivamente gli interessi delle classi abbienti, del capitale e della finanza; a tale obiezione rispondo chiedendo loro come mai, nei fatti, preferiscono mandare i loro figli a cercare opportunità e un futuro in Inghilterra (Paese liberale per eccellenza) non riponendo fiducia in questa Italia democratica, invero così poco liberale, retta da partiti e sindacati che richiamano di continuo i valori del socialismo e della dottrina sociale della Chiesa?
Nella realtà, un sistema “autenticamente” liberale votato alla libera concorrenza, alla trasparenza, al mercato, alla efficienza e meritocrazia garantisce tutti i cittadini ma, soprattutto, garantisce proprio le classi sociali meno abbienti perché offre loro, e ai loro figli, un “ascensore sociale” distribuendo le opportunità secondo criteri obiettivi e meritocratici e non lasciandole esclusivo appannaggio di consorterie e cricche di vario genere.
Vi sono poi altre ragioni per cui in Italia non si riesce a creare un nocciolo liberale duro e puro: Il termine liberale è, non di rado, usato e abusato da chi tutto è (demagoghi, politici accattoni, peronisti, farabolani, magliari, pennivendoli, professori e opinionisti malati di presenzialismo e “convegnite” interessati solo a partecipare ai talk televisivi per nutrire il loro stupido ego) fuorché liberale; è capitato che alcuni di loro sono entrati in Parlamento da liberali e ne sono usciti da “dorotei” … in sintesi queste le ragioni di uno sciagurato fallimento.