Debito pubblico italiano

venerdì 24 giugno 2016

BREXIT: fine dell'UE o inizio di un sano ripensamento?

Il triste esito del referendum sulla BREXIT mi ha confermato una sensazione che da anni avverto a pelle: L'Unione Europea nata da nobilissimi principi ispiratori, anziché come garante dell'affermazione dei diritti e baluardo per le libertà fondamentali richiamati dai suoi trattati istitutivi, viene percepita dalla gente come un apparato distante ed astruso (del resto l’organizzazione amministrativa dell’Unione non è mai stata molto felice) capace solo di elargire laute indennità e privilegi al solito esercito di politici e burocrati e completamente scollegato e distante dalla vita reale dei cittadini oltre che incapace di fronteggiare e/o risolvere qualsiasi tipologia di problema, dalla difesa comune al dramma dei migranti.

All'inizio, tuttavia, non è stato così almeno qui da noi: Ricordo che 20 anni fa vi era un grande entusiasmo collettivo anche a tratti infantile (rammento come in qualsiasi tipo di manifestazione universitaria, politica, culturale, sportiva campeggiasse orgogliosamente la bandiera blu con le stelle dell'Unione e l'uso dell'aggettivo europeo non veniva mai lesinato) che ha man mano ceduto il passo, soprattutto dopo l'unione monetaria, ad un atteggiamento di delusione verso una Istituzione vista sempre di più (non sempre a ragione) come una fonte di  regole, precetti e cavilli tesi ad appesantire ulteriormente una quotidianità già complicata dalla burocrazia nazionale. 

Forse bisognava attuare dapprima una credibile Unione politica (anche mediante una più consistente cessione di quote di sovranità da parte degli Stati nazionali a quei tempi possibilissima) e successivamente l’unione monetaria predisponendo accanto ai freddi vincoli (pur necessari) di natura finanziaria (rapporto debito/Pil 60% - rapporto deficit/Pil 3% - inflazione non oltre il 2%) percettibili parametri di natura sociale (livello dei servizi sanitari e del welfare, livello di trasparenza nelle p.a., condizione carceraria, libertà civili ed economiche etc.) in modo da rendere più coese e solidali popolazioni, così differenti per storia, cultura e formazione, in nome di un comune ideale di libertà, giustizia sociale, pace e all'insegna dell'affermazione palpabile dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali di cui al trattato di Maastricht del 1992.

Confesso che ieri mattina ho avuto un pessimo risveglio(anche perché mi ero addormentato con gli opinion poll che davano il “Remain” vincente); per ogni liberale la Gran Bretagna rappresenta un modello da emulare e la sua uscita dalla UE suona come una disfatta; Londra, di fatto, non è distante dall'Italia essendo la tredicesima città italiana con circa 250 mila connazionali. 

Se non vi sarà un serio ripensamento il fallimento della UE comporterà la rinascita dei localismi e dei particolarismi nazionali (e in Italia sappiamo di che erba si tratta).

Se, sciaguratamente, ciò dovesse accadere, l'affossamento di un ideale così grandioso e nobile sarà da imputare a pari merito ai vari populismi nonché ai miopi ed avidi euro-burocrati.

domenica 19 giugno 2016

Preghiera liberale

… non voglio un padrone, ma un Primo Ministro autenticamente democratico e liberale ...
… non voglio Vassalli, Valvassori e Valvassini ...
… non voglio cricche e consorterie varie ...
… vorrei una Costituzione le cui regole fossero scritte e condivise da tutti, maggioranza e opposizione ...
… vorrei un Governo autorevole che durasse 5 anni e, al tempo stesso, una opposizione altrettanto autorevole, efficace e vigile ...
… vorrei una legge seria sul conflitto di interessi ...
… vorrei una legge seria sull'assegnazione obiettiva, meritocratica e trasparente degli appalti e incarichi pubblici al di fuori di ogni logica familistica, clientelare e di appartenenza ...
… vorrei una RAI indipendente e pluralista non succube della maggioranza di Governo ...
… vorrei giuristi preparati e indipendenti che si contrapponessero al potere e non “giuristivendoli” ...
… vorrei giornalisti indipendenti alla Montanelli e non "pennivendoli" …
… vorrei medici e non mercenari ...
… vorrei più libertà economiche ...
… vorrei cittadini liberi e indipendenti e non sudditi questuanti e servili …


venerdì 22 aprile 2016

Contro una maggioranza (minoranza nel Paese) “pigliatutto”: Le ragioni di un NO al referendum costituzionale di ottobre

E’ da diversi decenni che la necessità di riformare la Costituzione repubblicana del ‘48, al fine di assicurare una maggiore governabilità e stabilità degli Esecutivi, ha fatto ingresso nel dibattito politico allo scopo di  porre rimedio alle continue crisi e cadute di Governo oltre al ripetuto ed estenuante ricorso ad elezioni anticipate.

Il varo della riforma, sottoposta al referendum costituzionale fissato per il prossimo ottobre, grazie al superamento del bicameralismo perfetto e al meccanismo della legge elettorale con premio di maggioranza e sbarramento, assicura, in effetti, una maggiore governabilità, tuttavia, lo fa nel peggiore dei modi poiché a tale condivisibile obiettivo sacrifica, pericolosamente, la fondamentale esigenza di rappresentatività di tutto il corpo elettorale (o, quantomeno, di gran parte di esso) nelle Istituzioni, negli Organi di garanzia e di controllo democratico.

Alla luce della riforma approvata   -con un Senato depotenziato di “nominati” (95 dei 100 previsti vengono eletti dalle Regioni) e con una Camera dei deputati (presumibile espressione di una minoranza del 25% del corpo elettorale) che praticamente farà quasi tutto (dalla votazione della fiducia al Governo al varo delle leggi)-   il Presidente della Repubblica, il Presidenti della Camere, i Giudici costituzionali di nomina parlamentare, i membri del Consiglio Superiore della Magistratura di nomina parlamentare, i membri delle Autorità indipendenti, i consiglieri di Amministrazione della RAI saranno espressione della sola maggioranza di Governo e le opposizioni, pertanto, verranno tagliate fuori e, di fatto, rese inerti.

Autorevoli giuristi, a proposito, (Cfr. Zagrebelsky, Rodotà, Pace, Ferrara, Gallo, Villone, Besostri, Azzariti, Grandi, Carlassare, Ainis etc.) hanno opportunamente paventato il rischio concreto di un “governo padrone del sistema costituzionale”, di una “dittatura della maggioranza”, di un “governo degli oligarchi”, di “strapotere del partito unico”.

Dunque, il partito o coalizione uscito vincitore dalla tornata elettorale (quasi certamente, vi invito seriamente a riflettere, una minoranza nel Paese reale) si troverà, di fatto, nella condizione di poter nominare oltre all’Esecutivo anche tutti gli Organi preposti al controllo e alla vigilanza sull’operato del Governo stesso con una inaccettabile nonché pericolosa confusione e commistione di controllati e controllori e con conseguenze nefaste che ben potete immaginare.

Ribadisco, se da una parte è sacrosanto che chi vince le elezioni nomini indisturbato Ministri, Sottosegretari e Organi periferici di governo e approvi speditamente le leggi ordinarie potendo in tal modo governare agevolmente secondo il mandato ricevuto dal corpo elettorale, dall’altra parte, è fondamentale che le Istituzioni rappresentino non solo chi ha vinto le elezioni, ma anche le opposizioni.

Ciò risponde al disegno dei Costituenti  che, fra l’altro, avevano in mente l’elezione di entrambe i rami del Parlamento esclusivamente con sistema proporzionale (un legge elettorale con premio di maggioranza era impensabile a quei tempi, basti ricordare il dibattito e l’epilogo della legge Scelba “c.d. legge truffa” del 1953 che tentò di introdurre il premio di maggioranza).

A maggior ragione, pertanto, la preoccupazione dei Padri costituenti è, oggi, ancora più attuale visto che il sistema proporzionale è stato superato da tempo da quello maggioritario e, per di più, sono previsti ampi premi di maggioranza, per l’appunto, inconcepibili ai tempi dell’Assemblea costituente.

Se non si tiene  conto di ciò si scardina quel sistema di pesi e contrappesi, presente in tutte le democrazie avanzate, con una inaccettabile deriva “peronista”.

Del resto le esigenze di governabilità e stabilità dei Governi possono essere degnamente contemperate con quelle di rappresentatività.

Personalmente (vi sono ovviamente ipotesi di studio più autorevoli), avrei visto bene un Senato (delle Regioni e delle Garanzie) di 200 membri di cui 5 nominati dal Presidente della Repubblica e 195 eletti esclusivamente e rigorosamente con sistema proporzionale su base regionale (in modo da dare adeguata rappresentanza e “diritto di tribuna” a tutte le espressioni politiche del Paese).

Un Senato composto in tal modo, proprio perché eletto con un sistema rigorosamente proporzionale, avrebbe ben potuto esercitare potestà legislativa esclusiva sulle leggi di rango costituzionale, approvate comunque a maggioranza qualificata (la potestà esclusiva sulle leggi ordinarie, invece, sarebbe potuta così spettare alla Camera dei deputati, eletta col sistema proporzionale corretto dal premio  di  maggioranza e sbarramento, proprio per venire incontro a detta esigenza di governabilità).

Sempre un tale Senato, così eletto, avrebbe, sempre ragionando per ipotesi, potuto esprimere parere obbligatorio ma non vincolante su tutte le leggi ordinarie approvande dalla Camera ed esercitare, altresì, un autorevole controllo preventivo di legittimità costituzionale sulle medesime.

Un Senato, rappresentativo  di tutto il corpo elettorale, avrebbe, inoltre, potuto eleggere (sempre con ampi quorum) il Presidente della Repubblica, i  Giudici della Corte Costituzionale, i membri del Consiglio Superiore della Magistratura di nomina parlamentare, i membri onorari della Magistratura (art. 106, comma 2, Cost.), i membri delle Autorità indipendenti (Consob, Garante Privacy, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Ivass etc.), i consiglieri di Amministrazione della RAI, il Governatore della Banca d’Italia.

In tal modo tutti gli Organi Istituzionali, di garanzia e di controllo sarebbero stati espressione di tutto il Paese, maggioranza e opposizione.

Ritengo che solo in tal modo, o con meccanismi similari, l’improcrastinabile domanda di governabilità può conciliarsi col disegno pensato e voluto dai saggi Costituenti che concepirono una ampia rappresentatività del Paese reale nelle Istituzioni affinché tutti i cittadini, di ogni fede politica, si sentissero degnamente rappresentati e garantiti.
La Costituzione Repubblicana è sacra e irripetibile, poiché è il frutto oltre che della mente di eccelsi giuristi, anche, e soprattutto, di sofferenze e privazioni della libertà personale oggi, fortunatamente, impensabili, e ciò sia per tutti serio motivo di riflessione, sempre.

domenica 20 marzo 2016

RIVOLUZIONE LIBERALE O M...


Sebbene l’Italia non può vantare una tradizione liberale solida e di massa gli italiani, inconsciamente, dimostrano nei fatti di prediligere i sistemi liberali tutte le volte che, profondamente sfiduciati e nauseati, spingono i propri figli ad inseguire occasioni di lavoro e studio a Londra (tredicesima città italiana, vi sono circa 250 mila italiani) ove questi ultimi trovano meritocrazia e opportunità da noi sconosciute.

Ho una “quasi” certezza: O si fa una rivoluzione liberale radicale o si chiude per desertificazione economica (complice, ovviamente, a suo tempo, la sciagurata globalizzazione selvaggia dell'economia che ha annichilito  interi distretti industriali e un debito pubblico debordante fuori controllo).

Storicamente va dato atto a Marco Pannella, Emma Bonino e ai radicali di aver accumulato nel corso dei decenni  il “know how” (purtroppo, non i voti necessari) per porre in essere una salutare rivoluzione liberale e non solo in tema di libertà civili, ma soprattutto di libertà economiche.

Nel 1994 Silvio Berlusconi, che tanto aveva blaterato e incantato gli elettori sul punto, non ebbe l’ardire e la lungimiranza di cogliere l’apertura di credito di Pannella.

Nel 2011 la speranza venne riposta in Mario Monti, bocconiano già  Commissario europeo per la concorrenza, il quale, sapientemente, di riforme liberali scriveva negli articoli di fondo del Corriere della Sera, ma una volta autorevolmente nella stanza dei bottoni, non sapeva, o più probabilmente non aveva il coraggio e la fermezza di tradurre le proprie convinzioni in azioni concrete di governo.

Nel 2013 va reso merito al movimento Fare per fermare il declino; tuttavia, lo scarno risultato elettorale, favorito anche da qualche stravaganza, arenavano un progetto serio e tutt'ora valido.

Urge una radicale opera di liberalizzazione a 360 gradi (interventi in tal senso tiepidi e limitati solo ad alcuni settori sono inutili, fuorvianti se non controproducenti) dei servizi, delle professioni (già Einaudi auspicava l’eliminazione della obbligatorietà della iscrizione agli ordini ai fini dell’esercizio professionale), dei mestieri, delle licenze e del commercio e, sostanzialmente, lo smantellamento di qualsiasi forma di coorporativismo.

L’economia italiana può ripartire solo con un massivo  rilancio del lavoro autonomo.

Per far ciò occorre che il sistema nelle sue varie sfaccettature venga rimodulato a sostegno ed incentivo delle partite IVA (soprattutto quelle piccole): dagli ammortizzatori sociali al welfare, dalla previdenza (in senso contrario, irragionevolmente, circostanza ancora più grave vista la pesante crisi economica sotto gli occhi di tutti, assistiamo all’assurda aberrazione che per rimettere in ordine i conti dell’Inps e delle casse professionali  si obbligano centinaia di migliaia di professionisti, giovani e non, a versare esosi contributi minimi annuali indipendentemente dall’effettivo reddito prodotto) al sistema bancario e creditizio (dai fidi bancari ai mutui per l’acquisto della casa) al fisco.

Su quest’ultimo punto sarebbe auspicabile puntare su di un rapporto collaborativo e leale fra fisco e partite IVA attraverso il potenziamento dei regimi fiscali agevolati e semplificati: Si potrebbe pensare all’introduzione (sarebbe un efficacissimo pungolo all’apertura di piccole posizioni di lavoro autonomo) di innovativi meccanismi di definizione e assolvimento anticipato dell’obbligazione tributaria (tax ruling) almeno, inizialmente, per le partite IVA con un giro di affari non superiore ai 30 mila Euro.

Altrimenti, ragionevolmente e senza  intenti polemici nei confronti di chicchessia, mi domando quale futuro può avere un Paese dove ancora nel settembre dello scorso anno a Padova (e dico Padova) per un posto da infermiere a tempo indeterminato presso la locale Azienda ospedaliera si sono presentati  in 5045, mentre i giovani 20/30 enni e le loro famiglie messi di fronte alla prospettiva (che negli anni 60/70 era fortemente allettante) di aprire una posizione IVA e rischiare in proprio quasi scappano come se avessero di fronte Ebola. 

Andrebbe liberalizzato anche il sistema scolastico ed universitario obsoleto e con i suoi eterni e spesso inutili percorsi formativi che rimandano sine die l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro speculando, non di rado, sulle aspettative mortificate (personalmente sono per l’abolizione del valore legale dei titoli di studio tout court) di trovare dignitose opportunità di lavoro.

In materia di creazione di nuovi posti di lavoro sarebbe un toccasana, sulla scorta del modello londinese, la massima flessibilità contrattuale in entrata e in uscita (ovviamente dietro il rigoroso rispetto della retribuzione oraria minima), ma per fare una cosa del genere occorrerebbe necessariamente mettere sull’altro piatto della bilancia tre cose: un reddito minimo di cittadinanza per i senza lavoro in attesa di essere formati e ricollocati; la piena gratuità ed accessibilità ad un servizio sanitario nazionale efficiente e all'avanguardia; prestazioni di assistenza e previdenza minima garantita a tutti.

Andrebbero seriamente ripensati e riqualificati in senso manageriale i Centri per l’impiego che dovrebbero assicurare, in modo capillare, l'effettivo incontro fra domanda e offerta di lavoro e a svolgere una funzione di “coaching” per i disoccupati da reinserire nel mondo del lavoro e, all’evenienza, da formare nuovamente.

Infine, una misura inclusiva, ossia, la eliminazione di ogni forma di discriminazione (dal punto di vista legislativo, contributivo, previdenziale e anche culturale) a danno dei lavoratori “over” (l’attuale rigidità, fra l'altro, non è in linea con l'evoluzione demografica caratterizzata dall'allungarsi della vita media, inclusa la vita produttiva).

Segnalo sul punto che nel Regno Unito (Inghilterra, Galles e Scozia) già dal 1 ottobre 2006 è in vigore una normativa (Employment Equality “Age” Regulations) che vieta qualsiasi forma di discriminazione basata puramente e semplicemente sull'età anagrafica dei lavoratori e ciò, intelligentemente, fa si che a Londra un over 50 possa tranquillamente spendersi sul mercato del lavoro.

Ovviamente, una seria legge sui conflitti di interesse e una sulla trasparenza nell'assegnazione degli appalti e incarichi pubblici e, soprattutto, il circolo virtuoso dell'economia  dovrebbero fare il resto.

O rivoluzione liberale o si chiude ... ogni altra via o ricetta   -malgrado le varie esperienze di governo che si sono succedute dal 1994 in poi a suon di rassicuranti, ma davvero poco dignitosi, strombazzamenti da parte di giornali e televisioni compiacenti-   è inutilmente dilatoria  ... ne prendano atto i sindacati, chi sta al Governo e chi si accinge a governare nel futuro prossimo venturo.

Se tale percorso non verrà intrapreso da un leader politico (who's who), temo che saranno tragiche cause di forza maggiore ad imporlo.. intanto continuiamo a buttare alle ortiche anni preziosi accumulando “gap” enormi in tutti i campi nei confronti dei sistemi più avanzati e moderni con cui un Paese come il nostro dovrebbe degnamente competere.

mercoledì 17 febbraio 2016

Perché in Italia manca un significativo movimento liberale?

Sovente mi chiedo perché in Italia manca un movimento “autenticamente” liberale con uno zoccolo elettorale significativo intorno al 10 - 15% e provo a darmi delle risposte da solo.
Premetto che mi autodefinisco liberale di formazione socialista e credo fermamente nella funzione pubblica e imprescindibile dello Stato in tema di garanzia dei diritti fondamentali dell’individuo, dall’istruzione pubblica, ad un Servizio Sanitario Nazionale all’avanguardia, gratuito e accessibile a tutti, alla assistenza e previdenza (non ai privilegi) pubblica.
Tale premessa in quanto spesso, parlando con la gente, riscontro che molti (lo pensavo anche io una ventina di anni fa) ritengono che i c.d. “liberali” (e molto spesso alcuni idioti che si professano tali danno ad intendere ciò) mirino sostanzialmente a tutelare esclusivamente gli interessi delle classi abbienti, del capitale e della finanza; a tale obiezione rispondo chiedendo loro come mai, nei fatti, preferiscono mandare i loro figli a cercare opportunità e un futuro in Inghilterra (Paese liberale per eccellenza) non riponendo fiducia in questa Italia democratica, invero così poco liberale, retta da partiti e sindacati che richiamano di continuo i valori del socialismo e della dottrina sociale della Chiesa?
Nella realtà, un sistema “autenticamente” liberale votato alla libera concorrenza, alla trasparenza, al mercato, alla efficienza e meritocrazia garantisce tutti i cittadini ma, soprattutto, garantisce proprio le classi sociali meno abbienti perché offre loro, e ai loro figli, un “ascensore sociale” distribuendo le opportunità secondo criteri obiettivi e meritocratici e non lasciandole esclusivo appannaggio di consorterie e cricche di vario genere.
Vi sono poi altre ragioni per cui in Italia non si riesce a creare un nocciolo liberale duro e puro: Il termine liberale è, non di rado, usato e abusato da chi tutto è (demagoghi, politici accattoni, peronisti, farabolani, magliari, pennivendoli, professori e opinionisti malati di presenzialismo e “convegnite” interessati solo a partecipare ai talk televisivi per nutrire il loro stupido ego) fuorché liberale; è capitato che alcuni di loro sono entrati in Parlamento da liberali e ne sono usciti da “dorotei” … in sintesi queste le ragioni di uno sciagurato fallimento.

Mettiamo in "gabbia" il debito pubblico

Chissà cosa direbbe oggi, con un debito pubblico a circa 2170 miliardi, l’allora presidente del consiglio Giuliano Amato che nell’estate del 92, con un debito pari a soli (si fa per dire) 850 miliardi di euro, nell’approntare una pesantissima manovra finanziaria, da 30 mila miliardi di lire, esclamò  “Un prodotto difficile da digerire, ma assolutamente necessario per un Paese che si trova sull’orlo del precipizio”.
Ventidue anni fa la situazione del debito pubblico italiano, pur grave, era ancora reversibile: Sarebbe bastato un serio atto di responsabilità bipartizan mediante la predisposizione di un piano pluriennale vincolante di risanamento   -anticipando, a quel tempo, gli interventi correttivi e le manovre finanziarie spalmate tardivamente e, dunque, inutilmente nel corso di questi decenni-   sulla cui attuazione avrebbero dovuto concorrere a vigilare, responsabilmente, tutti nessuno escluso.
Oggi discuteremmo di un debito pubblico in linea con quello dei Paesi europei virtuosi.
L’argomento, vedrete, nel corso dei prossimi mesi soppianterà ogni altra discussione, dalla riforma del Senato a quella dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori.
Arrivati ormai, per usare le parole di Giuliano Amato, sull’”orlo del precipizio” vengono prospettate, da più parti, svariate soluzioni: Ristrutturazione del debito, creazione di fondi garantiti dal patrimonio pubblico, patrimoniale, prelievo forzoso sugli stipendi e/o conti correnti, spending review e le “sempreverdi” privatizzazioni.
Su quest’ultima ipotesi osservo come dal 92 in poi hanno fruttato, ad oggi, circa 127 miliardi di euro: Se si mette in relazione questa cifra realizzata globalmente dalla vendita, totale o parziale, di importanti aziende di stato ai 1.254 miliardi di debito pubblico accumulato in 21 anni ci si rende conto di quanto questa strada sia scarsamente incisiva; se prendiamo in considerazione gli anni 1996/1998, ove vi sono stati i maggiori incassi, si può facilmente notare l’irrilevanza in termini di riduzione percentuale rispetto alla montagna del debito.
In effetti come ha detto qualche autorevole esponente del board della Bce non esistono soluzioni miracolose.
Tutto può concorrere a tentare almeno di risolvere il “problema dei problemi”, ma la logica (visionaria), che mi ha spinto a buttar giù questo post, mi suggerisce che l’unico modo per evitare il default sicuro con consequenziale uscita dall’Euro e ritorno ad una moneta nazionale pesantemente svalutata a danno di tutti i risparmiatori e che occorre “ingabbiare” forzosamente la crescita del debito pubblico tramite un meccanismo di contingentamento delle entrate fiscali.
Dalle entrate fiscali su base annua, che ammontano più o meno a 430 miliardi di euro, andrebbero pagate in prededuzione le spese irrinunciabili (assistenza, pensioni minime, ordine pubblico, servizio sanitario, interessi sul debito pregresso etc.); garantito, in tal modo, il funzionamento essenziale dello Stato con la rimanenza andrebbero, poi, coperte proporzionalmente e fino alla concorrenza tutte le altre voci di spesa a bilancio.
Intanto la crescita del debito si arresterebbe e si potrebbe pensare ad una graduale riduzione del monte capitale con tutte i mezzi dianzi detti e prospettati dagli addetti ai lavori.
Dare l’immagine all’estero di un Paese che non si indebita più e che intraprende, se pur dolorosamente, la via del risanamento vero porterebbe benefici enormi sia in termini di credibilità e fiducia  sia in termini concreti di investimenti.
Ovviamente ciò non basta: Il Paese che sconta una condizione pesante di disagio, soprattutto, a livello giovanile va “svecchiato” e liberalizzato.
C’è uno scoramento generale, manca nel Paese la voglia di intraprendere di mettersi in gioco di programmare il futuro.
A parte il cibo, i vini, la moda, il turismo e i servizi non si produce più nulla con un reale valore aggiunto.
C’è un capitalismo di relazione (Cfr. relazione Antitrust 2014 ), che mortifica il merito e danneggia ogni settore dell’economia, che va smantellato rapidamente con riforme radicali e non con proclami tanto autorevoli e altrettanto sterili e inutili.
E’ risaputo che la polmonite non si cura con l’aspirina.

Riforme: Rischio “pigliatutto” della maggioranza (minoranza nel Paese)

Alla Camera dei deputati  (grazie alla legge elettorale col premio di maggioranza, alla riforma del Senato  e al superamento del bicameralismo perfetto)  il partito o la coalizione vincitrice alle elezioni  (solitamente, una netta minoranza del Paese reale)  avrebbe la maggioranza dei deputati  e, dunque, il potere di governare in tranquillità per cinque anni  approvando tutte le leggi ordinarie volute.
In tal modo verrebbe, giustamente, assicurata  una maggiore governabilità.
Tuttavia, proprio in virtù di tali modifiche sarebbe auspicabile (la mia ovviamente è una mera ipotesi di studio, ma vi sono altre soluzioni) un Senato (non più di 200 membri) eletto con sistema rigorosamente proporzionale su base regionale (in modo da dare adeguata rappresentanza e “diritto di tribuna” a tutte le minoranze del Paese).
Il Senato delle Regioni e delle Garanzie, così eletto, dovrebbe esprimere parere obbligatorio ma non vincolante su tutte le leggi ordinarie approvande e dovrebbe esercitare, altresì, un controllo preventivo di legittimità costituzionale sulle medesime.
Fra l’altro, proprio perché eletto con sistema rigorosamente proporzionale dovrebbe avere potestà legislativa esclusiva sulle leggi di rango costituzionale che dovrebbero essere approvate comunque a maggioranza qualificata.
Sempre al Senato dovrebbe spettare, altresì, l’elezione (sempre a maggioranza  qualificata) del Presidente della Repubblica, garante dell’unità nazionale, dei  Giudici della Corte Costituzionale, dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura di nomina parlamentare, dei membri onorari della Magistratura (art. 106, comma 2, Cost.), dei membri delle Authority, dei consiglieri di amministrazione della RAI, del governatore della Banca d’Italia.
Verrebbe, in tal modo, scongiurato il rischio che la coalizione o il partito uscito vincitore dalla tornata elettorale (quasi certamente, ribadisco, una minoranza nel Paese reale) si trovi, di fatto, nella condizione di poter nominare oltre all’Esecutivo anche tutti gli Organi preposti al controllo e alla vigilanza sull’operato del Governo.
Infatti, se da una parte è sacrosanto che chi vince le elezioni nomini indisturbato Ministri, sottosegretari e organi periferici di governo potendo in tal modo governare agevolmente secondo il mandato ricevuto dal corpo elettorale, dall’altra parte, è fondamentale che le Istituzioni rappresentino non solo chi ha vinto le elezioni, ma anche le opposizioni.
Ciò risponde al disegno dei Costituenti  che, fra l’altro, avevano in mente l’elezione di entrambe i rami del Parlamento col sistema proporzionale; pertanto, una tale esigenza è, oggi, ancora più forte visto che il sistema proporzionale è stato superato da tempo da quello maggioritario e, per di più, sono previsti ampi premi di maggioranza inconcepibili ai tempi dell’Assemblea costituente.
Se non si fa così si scardina quel sistema di pesi e contrappesi, presente in tutte le democrazie avanzate, con una inaccettabile confusione e commistione fra controllati e controllori e con conseguenze nefaste sotto ogni aspetto.
Ritengo che solo in tal modo l’improcrastinabile domanda di governabilità può conciliarsi col disegno pensato e voluto dai saggi padri costituenti che concepirono una ampia rappresentatività del Paese reale nelle Istituzioni affinché tutti i cittadini, di ogni fede politica, si sentissero degnamente rappresentati e garantiti.